Nel nostro Carnevale c’è qualcosa di più

L’idea che vogliamo qui esporre è che il Rumita sia anzitutto un simbolo dell’abitare, un abitare che parla tanto al mondo intero nelle sue strutture universali quanto al nostro particolare contesto di piccolo centro del Sud. Abitare deriva da una forma frequentativa del latino habeo, avere, e significa dunque “avere ripetutamente e abitualmente”. La nostra cultura ha inteso, dunque, l’abitare come un possedere il luogo a tal punto da diventare quasi un corpo solo con la terra: basti pensare a locuzioni come “ho le mie radici qui”.

In effetti è sempre la lingua a segnalarci uno stretto legame fra l’uomo e la terra: uomo deriva dal latino humus, e secondo alcuni studi anche Adamo, il nome del capostipite della stirpe umana, proverrebbe dalla parola ebraica adāmā che significa appunto terra. Nel Menesseno Platone racconta che i primi uomini nacquero per germinazione dalla terra che diventa dunque “madre”. Il Rumita, ascoltando quanto ci raccontano i nostri anziani, si inserisce in questa iconografia. Egli è il satrianese povero che non abbandona la terra madre al punto di mettere radici e diventare tutt’uno con essa. Sembra certamente una visione romantica, e sicuramente lo è, ma presenta anche alcuni aspetti meno rasserenanti. L’inviolabile silenzio del Rumita, che la tradizione vuole essere maschera muta, non potrebbe forse rappresentare l’incapacità di aprirsi all’altro, quasi fosse prigioniero di questo rapporto esclusivo con la terra? Del resto non vi è spazio perché tutti possano piantare le proprie radici.

Speculare al Rumita è l’Orso, il satrianese che ha deciso di emigrare e che ritorna ricoperto di ricche pelli. È una figura volta alla sopraffazione, violenta e prepotente. Il motivo del suo partire non è stato la voglia di confrontare con altre realtà, ma una necessità materiale, propensione che perdura anche quando decide di ritornare, e lo fa per arricchirsi nuovamente e non per ritrovare la sua casa e se stesso. Se il Rumita è colui che “non fa vela” -non parte- perché ritiene di appartenere al porto e allo stesso tempo ne rivendica la proprietà, l’Urs invece è il navigatore senza rotta, l’avventuriero planetario che è ormai uno sradicato. Le due figure restano tuttavia accomunate da un tratto fondamentale, l’incapacità di comunicare e di dialogare con l’altro.
Rimane la Quaresima, figura malinconica e lamentosa, vedova vittima di qualche terribile disgrazia che l’ha portata alla solitudine. La cantilena che la ossessiona racconta di come vada, davanti alle porte, piangendo la compagnia perduta. Pur non avendo abbandonato il paese la Quaresima ha perso la sua casa, è decaduta da una condizione di originaria serenità.

Dunque il Rumita abita nel solco del proprio sempre identico a se stesso, l’Orso in balia delle circostanze e delle voglie, la Quaresima è una straniera in patria. E per questo è la sola delle tre maschere tradizionali in grado di parlare, è l’unica a sentire il bisogno di relazionarsi con l’altro. Il Rumita ha tutto ciò che desidera nella terra, l’Orso nella materialità, mentre la Quaresima cerca la parola e l’ascolto dell’altro uomo, non si limita ad abitare, ma vuole coabitare. Allora, la Quaresima assume anche uno straordinario portato politica, perché non vive il mito della terra madre come è per il rumita, ma è invece rivolta ad una “terra promessa” in cui possa emanciparsi dalla sua miseria materiale e spirituale. In lei ritroviamo gli abitanti della Rabata di Tricarico magistralmente e suggestivamente descritti da Ernesto de Martino in Note lucane: “essi vogliono anche che giunga al mondo l’eco dei loro sforzi per emanciparsi, e dal fondo delle loro spelonche, deformi nei corpi e logorati dall’umido, dalle tenebre e dalla fame, coperti di fango e di sterco, essi gettano sul viso di coloro che iniquamente li tengono in catene, il verso di sfida: noi siamo la mamma della bellezza, noi siamo la giovinezza del mondo.”
La nostra è una fase storica di grandi contraddizioni, in cui ad un mercato sempre più globale che permette alle merci e ai capitali di viaggiare da un continente all’altro, contrapposta ad un irrigidimento davanti ai fenomeni di migrazione epocale, rivendicando una mitica e autentica autoctonia. Uno scenario davanti al quale il nostro carnevale è foriero di una portata valoriale valida per il mondo intero. Ma assume un valore particolare per il nostro territorio, che se anche ha migliorato negli scorsi decenni le proprie condizioni socioeconomiche, ha visto comunque allargarsi la forbice che lo divide dalle altre aree del paese e del continente, rimanendo afflitto dalla piaga della disoccupazione e dello spopolamento.
Il nostro Carnevale crediamo sia, allora, effettivamente espressione del rapporto con la terra, ma in un senso più profondo dalla talvolta esemplificativa e favolistica versione ecologista, alla quale aggiunge una sofferta ed autentica dimensione esistenziale e sociale.